Visualizzazione post con etichetta indie-gestione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta indie-gestione. Mostra tutti i post

martedì 2 giugno 2009

Primavera in musica

Un po' in ritardo rispetto al calendario, ecco qualche brevissimo consiglio musicale sui nuovi dischi che sono usciti in queste settimane. Poche buone uscite, ma davvero di ottimo livello.


Patrick Wolf - The Bachelor
L'enfant prodige dell'avant-pop britannico torna sulla scena con un album coraggioso fatto di stili differenti, influenze multiformi e tanto, tanto coraggio. Un ottimo album di pop sinfonico, folk inglese, industrial elettronico e così via.




Phoenix - Wolfgang Amadeus Phoenix
Questi francesini al loro quarto album piazzano uno sfolgorante ensemble di piccoli capolavori pop, con un'attitudine elettronica e anche abbastanza superba. Spaziando da Liszt alle tendenze più moderne, un viaggio a tutta velocità nel divertimento.




Japandroids - Post-nothing
Questi canadesi fanno una musica noise-garage veloce, stridente e urlata, con un velo di lo-fi che sembra ormai obbligatorio per avere successo negli ultimi mesi. Pepe nero macinato nelle orecchie.



The Field - Yesterday and today
La techno minimalista svedese è la nuova religione e Axel Willner, aka The Field, è il suo profeta. Dopo un ottimo esordio nel 2007, ecco la conferma che tutti aspettavamo: nuovi pezzi ricamati da loop, scintille shoegaze e droni latenti. Onde REM anche da svegli.

lunedì 27 aprile 2009

Pillole di musica

Mi e' piaciuto l'esperimento del mese scorso, in cui ho brevemente consigliato qualche nuovo nome da ascoltare per capire che cosa sta succedendo in questo musicalmente ricco 2009. E cosi', anche in questo mese, ecco qualche veloce pillola per scacciare la noia.

Bat For Lashes - Two Suns
Lei si chiama Natasha Khan ed e' anglo-pakistana: questo suo secondo album conferma le sue ottime doti di polistrumentista e la sua voce obliqua e tagliente che ricorda molto quella di Björk. Parecchie canzoni in bilico tra il dream-pop e il synth-pop, ma la vera protagonista e' la vocalita'. Il singolo "Daniel" e' molto gettonato in radio e questo genera notevole stupore. Un viaggio nel nord del nostro animo.




DM Stith - Heavy Ghost
Proveniente da una famiglia di musicisti, il nostro caro David Michael Stith ci ha messo un po' per capire di essere capace di trasferire stati d'animi oscuri e attanaglianti in un songwriting pregno di atmosfera, scuro e leggero come il fumo di un falo'. Gran bel debutto, un disco in bilico tra episodi piu' sperimentali e canzoni che sanno di lacrime. Amare e infuocate.




Jason Lytle - Yours truly, the Commuter
Ex-componente dei Grandaddy, Jason e' riuscito a scrivere uno perfetto esempio di indie-pop: zuccheroso, chitarre in bella mostra, melodie killer e canzonette cosi' dolci e cosi' perfette da far gridare al miracolo. La primavera, poi, rende tutto piu' bello. E le sue canzoni, davvero, sono come la rugiada mattutina sui prati. Immobile ed etereo.




Buraka Som Sistema - Black Diamond
Un diamante nero dall'Angola, ex colonia portoghese: si tratta di un disco che mescola i sapori tribali del kuduro con le schegge occidentali della cultura techno-rave, con immancabile benedizione di M.I.A.. Il ghetto si ribella e conquista i padroni, dei missili infuocati che hanno sapori fortissimi e pieni. Impossibile restare fermi.





[Anche su musica.bloglist.it]

venerdì 6 marzo 2009

Tesori nascosti in questo 2009.

In queste settimane sto lavorando davvero molto e quindi sono parecchie ore al giorno al computer e in assorta concentrazione. E quando lavoro al computer, specialmente se devo programmare, ascolto tantissima musica.

Quindi ecco qualche minuscolo e velocissimo consiglio per questo scorcio del 2009.

The Prodigy - Invaders must die
Non hanno forse la potenza con cui hanno inondato il mainstream con la cultura rave nel 1997, anno in cui il fatidico "The fat of the land" ebbe i natali, ma questo nuovo lavoro ci conferma che i maestri nel loro genere, qualunque esso sia, rimangono loro. Potenza, techno e un pizzico di dancefloor. Personalmete il quasi-reggae di "Thunder" mi fa impazzire.



Wavves - Wavves
Di certo il noise-pop potrebbe non essere il genere preferito da molti, ma questa scanzonata e incredibilmente folle one-man band colpisce con freschissa irruenza, con liberatoria violenza. E, nonostante tutto, la melodia è al centro di tutto. Atonale, caotico, destruttrato. Stupendo.



The Pains Of Being Pure At Heart - The Pains Of Being Pure At Heart
Se avete apprezzato i Glasvegas, ma siete ormai restii a confessarlo perchè, diciamolo chiaramente, li conoscono un po' tutti, potete stupire i vostri amici con questo zuccherossismo gruppetto newyorkese, in cui il sapore East Cost si coniuga con un sapiente ed accorto uso delle chitarre e della distorsione. Shoegaze ma non troppo.





Soap&Skin - Lovetune for Vacuum
Una rivelazione incredibile: un'intera gamma di oscure e dolcissime sensazioni, un affresco di tagliente cantautorato elettronico, arrangiamenti orchestrali, glitch sparsi e una tendenza alla tragedia. Tutto in una diciottente austriaca, che mette tutta se stessa in queste canzoni nere e bellissime, accorate, tragiche, romantiche. Una voce da mettere i brividi.







[Anche su musica.bloglist.it]

domenica 21 dicembre 2008

Un bilancio niente male, parte seconda.

Mi guardavano con tristezza e livore, e quindi ho deciso di parlare anche di loro.

Dieci album che non ce l'hanno fatta ad entrare nella mia classifica ma che sono stati comunque ottimamente apprezzati durante questi mesi.

21. Bon Iver - For Emma, Forever Ago
Se si vuole essere pignoli, è uscito in edizione autoprodotta nel 2007, ma si tratta di un disco di accorato cantautorato che strazia l'anima e annoda le viscere: Bon Iver, chiuso durante tutto l'inverno in una capanna del Wisconsin, ha cercato di lenire il suo spleen esistenziale componendo canzoni su canzoni. E certamente è riuscito a creare splendidi pezzi di puro e semplice folk: "Skinny love" mette i brividi, la voce che si eleva in maniera gelida e nebbiosa e l'amore che sanguina, sul pavimento.


22. Why? - Alopecia
Non ho mai apprezzato l'hip-hop, lo trovo piuttosto burbero e artisticamente monotono. Tuttavia, Why? è capace di esondare oltre gli argini del genere e riesce a confezionare un disco in cui il suo rap cantato si posa dolcemente su canzoni interessanti e originali, in cui elementi di rottura come i coretti sixties o le chitarre più rock riescano ad apportare una ventata di freschezza. E poi, l'ironia pungente di testi come quello di "These new presidents" è un punto a favore della poliedricità dell'artista.

23. Tv On The Radio - Dear Science,
Sono stati incensati dalla critica americana come i promotori di una rivoluzione, di una nuova musica: personalmente li ho trovati discretamente accattivanti, ma nulla più. Piuttosto, sono stati capaci di prendere la black music, il soul, l'hip-hop e il rock e di mescolarli fino a creare qualcosa di nuovo. L'album è pieno di canzoni molto ben prodotte, come la campale "Dancing choose": resta comunque l'idea di un album complesso che, forse, riusciremo a comprendere pienamente solo tra un po' di tempo.

24. Noah And The Whale - Peaceful The World Lays Me Down
Ecco un tipico album di folk-pop, come ce ne sono tantissimi: però almeno questo ha il merito di cercare, con piglio sicuramente pop, di creare canzoni dal ritornello assassino, semplici, fresce e frizzanti, di quelle da canticchiare subito non appena si ascoltano per radio. Pezzi giocosi e malinconici convivono nell'album, ma la mia preferita resta il singolo "5 years time": si appiccica come colla alle orecchie e non va più via, con i suoi coretti primaverili e l'istantanea voglia di sorridere.



25. Offlaga Disco Pax - Bachelite

Ritorna un gruppo di cui ho amato molto il disco di debutto, ed anche questo secondo album è piuttosto interessante. Non ci sono forse canzoni epicamente storiche, ma parecchi pezzi sono complessi e crescono con gli ascolti. Fra tutti brilla "Dove ho messo la golf?", con il suo andamento lento e circolare e la sua storia incredibilmente post-romantica, a metà tra consumismo e feticismo. E anche dal vivo, sono stati stupendi. Esteticamente sovietici, peraltro.


26. Santogold - s/t
Nessuno stile ben definito, ma un debutto che offre un luccicante prodotto pop, particolarmente adatto per divertirsi, divertire e anche un po’ stupire l’ascoltatore. Fortemente influenzata da M.I.A., la musica di Santogold però ha una propria personalità che si rivela in un pezzo come l' imprevedibile “Lights out”:un riff carico di tensione che però accompagna una canzoncina lievissima e leggera, personalmente uno dei punti più esaltanti del disco. Trascinante e travolgente, impossibile opporre resistenza.



27. Los Campesinos! - Hold On Now, Youngster...
Una scatenata band gallese che suona un power-indie-pop velocissimo e leggero, multiforme e con sfumature punk. Una scossa energica all'intero carrozzone della musica intellettualmente impegnata: chitarre, batterie e urla per divertirsi senza pensare, riempiendo il dancefloor. Eppure l'introduzione di "You! Me! Dancing!" è da manuale per come si trasforma da un mantra di chitarre in un potente anthem da stadio. Da applausi, per il bis.


28. Matt Elliott - Howling songs

Attenzione: questa è musica oscura, fosca e disperata. Matt Elliott chiude un po' in calando la sua trilogia del disincanto con un post-folk quasi apocalittico e dall’evidente sapore mitteleuropeo. Atmosfere rarefatte e oniriche, inserzioni elettroniche e loop per aumentare la carica ipnotica, frequenti climax che sfociano in soffici esplosioni senza rumore. E così “The Howling Song” offre un cingolante e appassionato lamento, catene che sbattono e urla modulate, sempre un climax di emozioni, di suoni, di lacerazioni che si annulla in un tenue riverbero, un malinconico paesaggio.

29. Martina Topley-Bird - The Blue God
Il 2008 è stato forse l'anno del ritorno del trip-hop, e questa favolosa cantante ha contribuito in maniera ottima. Questo disco è una raccolta di pezzi che partono dalla pura tradizione trip-hop ma che svelano un sentimento più cupo e oscuro, fosche tinte noir che rendono le canzoni dei lussuriosi istanti di puro piacere. L'ottima "April grove" esprime splendidamente il mood del disco, tra una voce che melliflua si insinua e il battito elettronico che pulsa dietro le quinte.


30. São Paulo Underground - The Principle Of Intrusive Relationships

Un disco piuttosto interessante e al contempo complesso, un audace tentativo di fusione tra free-jazz, stilemi brasiliani e sperimentazioni post-rock più estreme. Mi ha colpito profondamente l'apparente amorficità del lavoro, una massa sonora che in continuo movimento su cui scintille e staffilate disegnano un percorso assurdamente coerente. Le sincopate e soffocate trombe di "Cosmogonia", che annegano in un muro di distorsioni, è qualcosa di genialmente febbricitante. Osticamente difficile, meravigliosamente sciamanico.

sabato 20 dicembre 2008

Un bilancio niente male.

A chiusura di un anno così denso di avvenimenti come questo fantastico 2008, non può mancare anche l'ormai rituale passaggio della classifica dei migliori dischi di questi 12 mesi: sinceramente ho ascoltato davvero moltissima musica nuova, grazie al meraviglioso mondo di OndaRock e anche all'avventura di BlogList, per il quale ho scritto qualche recensione musicale.

E' stato un anno di approfondimento, in cui ho scoperto nuovi generi e nuove sensazioni: sono sempre stato alla ricerca di una forte componente emotiva più che estetica, ma lentamente inizio ad appassionarmi anche dal punto di vista tecnico ai pezzi che ascolto e cerco, sopratutto, di approfondire la componente storica. Ovviamente rimane sempre come unico obiettivo il divertimento, quindi non accampo nessuna pretesa di competenza.

Dopo questo velato disclaimer, ecco una classifica, mia e personalissima, dei dischi che più ho apprezzato in questo 2008.

20. Bersarin Quartett - s/t
Sono sempre stato un sostenitore dell'algida elettronica tedesca, ma questo disco è permeato da un gusto così post-sovietico da risultare accorato e drammatico. Debutto di uno sconosciuto artista di Münster, è un trionfo di loop con archi filtrati, sample che si innestano con dinamica irregolare e stratificata, echi cinematografici di paesaggi urbani vuoti e desolati, in cui unica consolazione rimane, forse, il vento che solleva la polvere.
Elementi fortemente romantici, figli di una tradizione classica tedesca a tratti insuperabili, colorano in maniera eccezionale i pezzi. La splendida "St. Petersburg", con la sua coda di esplosioni, è davvero un piccolo capolavoro d'arte moderna.

19. Fucked Up - The chemistry of common life
I primi secondi contengono un flauto, ma immediatamente si presenta una chitarra vorace e poi un urlo rabbioso: puro hardcore-punk, un colpo al volto e inizia una discesa a tutta velocità attraverso canzoni veloci, piene di carica e di fuoriosa grazia. I canadesi Fucked Up piazzano colpi su colpi, ma la loro tecnica è davvero sopraffina e il disco si lascia ascoltare. Difatti, sebbene non sia effettivamente un amante del genere, non ho potuto fare a meno di scatenarmi con i loro pezzi in cuffia. Superata la diffidenza verso la voce gracchiante e urlata, pezzi com "Son the Father" regalano pelle d'oca e brividi di piacere. E poi, la copertina è la foto che mi piacerebbe scattare.

18.These New Puritans - Beat Pyramid
Math-rock puro e sghembo per questo quartetto londinese: strutture ritmiche complesse e riff accattivanti, ma la capacità di sorprendere con sperimentazioni li rende probabilmente più interessanti del resto delle band inglesi. Il disco scivola veloce e potente attraverso pezzi davvero carichi di originalità e brevi intermezzi sperimentali, orde di suoni che si accavallano e si precipitano con irruenza. Li ho apprezzati anche per la loro attitudine un po' oscura, un post-punk tenebroso ben rappresentato dalla cavalcata "Elvis", forse il loro brano di maggior successo.


17. Le Luci Della Centrale Elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
Il caso musicale italiano dell'anno: debutto folgorante, hype che sale a livelli incredibili, la critica e il pubblico che si dividono. Brutta copia di Rino Gaetano, ultimo vero cantautore italiano, epigono dell'estetica dei CCCP: insomma, l'accordo è impossibile. Resta il fatto che i suoi testi sono davvero bellissimi e spettrali, la rabbia con cui vengono fuori regala emozioni e la chitarra di Canali ricama elettricità su tutto. Non di meno, piccoli minuscoli tormentoni nascono e si diffondono, nella migliore tradizione italiana: e così si va a bere dalle pozzanghere, si scopre che i CCCP non ci sono più e ci si impicca nei garage. E forse la voce che si infiamma in "Piromani" è davvero il segno che la musica italiana è viva e vegeta. Ancora.

16. Fleet Foxes - s/t
Da Seattle ecco l'ennesimo gruppo di qualità eccelsa: il loro sedicente "baroque harmonic pop" è un monocorde affresco fatto di folk-pop, delicati arpeggi di chitarra e coretti bucolici, ma anche di storie cupe, appalachiane e distruttive. Sono stati piuttosto pompati dalla critica di oltreoceano, ma personalmente ho visto un bell'album, bei suoni e ottime canzoni pop. I pezzi sono orecchiabili e si incollano alle orecchie dopo pochi ascolti, inoltre le qualità vocali del gruppo sono sicuramente degne di menzione. Episodi cupi e malinconici come "Tiger Mountain Peasant Song" rivelano inoltre una capacità di scrittura che può relagare numerose soddisfazioni in futuro.

15. Thomas Function - Celebration
Ecco uno di quei dischi così scanzonati e irriverenti che risultano perfetti per allietare una divertente serata tra amici: un misto incredibile di generi diversi, dal power-pop al garage, blues, rock, voci fanciullesche e tremendamente esilaranti, canzoni semplici ma trascinanti. Un quartetto di ragazzoni dell'Alabama, che magari fa le prove nella cantina dei genitori: ed ecco un perfetto album di puro divertimento, canzoni immediate e fresche, frizzanti e colorate come un ghiacciolo alla Coca-Cola. E "A long walk" regala progressioni davvero incredibili, ma sono registri e toni diversi sono ugualmente presenti nel disco. Perfetto per una festa, una gita fuori porta o per l'autoradio durante viaggi brevi.

14. Drift - Memory Drawings
Non ho mai nascosto il mio amore smisurato per il post-rock, per le sue progressioni lente e trascinanti, per il suo liquido ed elettrico fluire. D'altra parte, anche il jazz ha iniziato, seppure più recentemente, ad affascinarmi. Ed ecco che arrivano i Drift: i loro riverberi sognanti, la dialettica di lotta tra la gli strumenti, la tromba che combatte contro basso e batteria, asimmetrie e poliritmi, assoli lunari di bellezza pietrificante. Il tutto in un'estetica post-rock che regala calore ma anche fredda luminosità ad ogni nota. E in "Uncanny valley" la tromba si accompagna alla batteria su pendii ripidi e scivolosi, in un climax sottolineato solamente dalle chitarre in secondo piano. Disco ammaliante.

13. Mercury Rev - Snowflake Midnight/Strange Attractor
Se una band che da anni non pubblica più nulla dopo i capolavori degli anni 90 pubblica un doppio album nel 2008, possono accadere due cose: una tiepida e scialba reunion oppure un capolavoro costruito con il coraggio di osare su una nuova strada. I Mercury Rev hanno proprio trasformato la propria arte e hanno sfornato un doppio album di dream-pop sognante ed etereo, ma costellato di pulsazioni elettriche e raggi di luce, di distorsioni shoegaze e progressioni epiche. Un pezzo multiforme come "People are so unpredictable (there's no bliss like home)", con i suoi cambiamenti di registro e la sua luminosa e onirica bellezza, regala piacevoli brividi sintetici e lucenti istanti di puro piacere. La classe non è acqua.

12. Black Mountain - In the future
Un'immersione nel hard-rock di circa 30 anni fa: i Black Mountain sono riusciti a riappacificarmi con un genere musicale che non mi aveva detto nulla e che, invece, ho iniziato ad apprezzare con estremo interesse. Brani lunghi e progressioni complessi, sapore di Pink Floyd e Jefferson Airplane ma in maniera quasi surrogata, come se questa rievocazione storica si fermasse a metà tra recupero del passato e rielaborazione originale. Nonostante questo evidente limite, è un album piuttosto simpatico che ha il pregio di recuperare sonorità avvolte nella storia: l'incipit "Stormy high" potrebbe far innamorare più d'uno.

11. Mogwai - The hawk is howling
Ritornano i maestri scozzesi del post-rock, gli alfieri di un genere che ha generato proseliti a volte imbarazzanti ma che può regalare emozioni laceranti. Ed è proprio il caso dei Mogwai, che si dimostrano sempre capaci di superare i canoni del genere restanone comunque all'interno: le dinamiche complesse e stranianti, i riverberi che si accumulano, i climax sonori che avvolgono sono sempre cesellati con perizia non comune e le atmosfere quasi industriali di alcuni pezzi esemplificano un'estetica postmoderna e decadente. Un pezzo come "Scotland's shame", poi, è da annoverare tra i migliori di sempre della band: una distorsione di fondo sul cui muro si innesta una melodia struggente, chitarre che si inseguono e che rotolano, veloci, verso il nulla.

10. Foals - Antidotes

Altro disco di spensierato math-rock, con capacità immediata di trascinare la mente verso ritmi inusuali e contagiosi: i Foals mi hanno colpito per l'apparente immediatezza dei loro pezzi, dietro cui si celano ritmiche complesse. Irruenza adolescenziale che riesce, senza un briciolo di elettronica, a coinvolgere il corpo e la mente al pari della migliore detroit techno. Forse si tratta di brani un po' simili tra di loro, ma la brevità e l'originalità del lavoro merita davvero più di un ascolto. Impressiona parimenti la carica del gruppo, che trasmette un'energia incredibile sia nella musica che nell'attitudine, ed un pezzo trascinante come "Cassius" ne è la dimostrazione più evidente.


9. Fuck Buttons - Street Horrrsing
Un debutto per me folgorante, che mi ha avvicinato alla scena noise scoperchiando di fatto un vaso di Pandora nella mia mente. Strutturato come un'unica lunga suite, questo disco è una violenza dolcissima verso l'ascoltatore, che viene trasportato da droni metallici, urla filtrate e noise, ma anche l’elettronica e i synth sono degli importanti comprimari. Un gusto pop fatto di melodie degne di Brian Eno che vengono però divelte dal tribalismo onirico di pezzi come “Ribs out”, capaci di sovvertire e sconvolgere con le percussioni demoniache e le urla selvagge. Un disco che può risultare indigesto a molti, ma che davvero regala cortocircuiti mentali e un'ossessione, costante, che non va più via.

8. Deerhunter - Microcastle/Weird Era Cont.
Una scoperta piuttosto recente, ma che è stata senz'altro molto gradita: il doppio album dei Deerhunter è un frullato indie di svariati e slegati generi, un calderone in cui convivono dream-pop, synth-pop, shoegaze e forse tanto altro ancora. Affascina la capacità con cui saltellano tra canzoni di registo così differente senza mutare le coordinate di fondo della loro musica, in una sequela impressionante di canzoni che hanno, tutte, la capacità di restare impresse nella mente, nelle orecchie. Impossibile destreggiarsi tra i vari pezzi alla ricerca del migliore, ma il mio preferito è senza dubbio lo psych-pop di "Nothing ever happened": diretto, veloce e aggraziato. Grazie, davvero.

7. Beach House - Devotion
Un disco che mi ha catturato durante l'inverno scorso grazie alle sue sonorità così eteree e sognanti, uno chamber-pop di squisita fattura che si regge molto sull'atmosfera domestica della musica e sulla splendida e accorata voce di Victoria, capace di ricamare e saltellare in maniera affascinante e splendente. E le canzoni sono così docili e graziose da rapire l'attenzione: per qualche minuto si vola in preda ad un sogno, in un fioco eco di luci magnetiche e in un manto sonoro fatto di effetti e chitarre, tastiere e organi. Inoltre "Gila" è probabilmente una delle canzoni più belle di questo 2008: Victoria riesce a commuovere con la bellezza dei suoi voli vocali, mentre la musica, serva, si piega al suo fascino.

6. No Age - Nouns
Due ventenni alle prese con distorsioni e punk: no, non è il 1984 e i My Bloody Valentine sono ormai una band storica, eppure i No Age sono riusciti a ricreare in maniera originale quella sensazione di violenza che stuprò le orecchie di molti e che ancora oggi affascina. A metà tra scanzonata band collegiale e sincopato gruppo punk, i No Age confezionano canzoni pregne di un wall-of-sound smaccatamente pop, annegate dentro sfrigolii elettrici, in un'attitudine lo-fi che regala una patina di ingenuità al lavoro. Canzoni come "Here should be my home" potrebbero benissimo diventare singoloni di successo tra i ragazzi di oggi, ma purtroppo il mondo va a rotoli e quindi i No Age li apprezziamo davvero in pochi. Troppa grazia, probabilmente.

5. Cut Copy - In ghost colours
La serata perfetta sul dancefloor house: ecco cosa trovate dentro l'alcum dei Cut Copy. Non stiamo parlando, però, della solita musica house, ma di un abile ricetta in cui si sposano a meraviglia sonorità 80s e elettronica più moderna, coretti 60s e sintetizzatori, nonchè casse che hanno il sapore acido e duro dei 90s. Oltre ai pezzi più danzerecci, di una qualità così eccelsa da risultare effettivamente irresistibili, è possibile trovare anche momenti meno scafati e rallentati. Ma è comunque con “So haunted” che siamo letteralmente trascinati in pista: una cavalcata inarrestabile, i bassi che montano, le chitarre taglienti e il ritornello assassino: ed è stupendo sciogliersi immediatamente nella calda e unta house music dei Cut Copy.

4. Baustelle - Amen
Dei Baustelle si è parlato davvero tanto, forse troppo: da piccoli alfieri dell'indie-pop italiano sono passati al successo nazionale, e questo può aver dato fastidio. Resta il fatto che hanno fatto un album eccezionale, sia sotto il punto di vista della musica che per quanto riguarda i testi, originali e sempre bellissimi. Forse un po' d'odio verso gli intellettuali li ha danneggiati un po', ma trovo splendidi i loro bozzetti sociali di questi anni roventi, così come apprezzo la genialità de "Il liberismo ha i giorni contati", con la sua impietosa analisi di questa Italietta. Li ho pure visti dal vivo, in un concerto che ha confermato la mia opinione sul gruppo: una delle realtà più belle ed eleganti della musica italiana.

3. Portishead - Third
Stesso discorso fatto per i Mercury Rev: una band si riunisce dopo tanto tempo e sforna un capolavoro. Ma in questo caso si tratta davvero di un disco che ha spiazzato tutti, perchè i Portishead avevano fatto la storia del trip-hop nel 1994 e adesso continuano ad incidere il loro nome con caratteri immortali nella storia della musica. Beth Gibbons rimane sempre un miracolo, la sua voce, immensa, regala emozioni elettriche e totali: la band riesce a virare su territori più oscuri, figli di un'epica industrial davvero innovativa. E poi, un pezzo come "The rip" è qualcosa di monumentale: la voce che inizia delicata e che viene stravolta e strappata in un loop infinito, una meteoria infuocata che solca i nostri cuori. Una lacrima infinita.

2. Have A Nice Life - Deathconsciousness
5 anni: in questo lasso di tempo gli Have A Nice Life, chiusi in uno scantinato del Connecticut, hanno creato questo stupendo album. In bilico tra shoegaze e gothic, 85 minuti di pezzi lunghi e stratificati divisi in due metà: la prima più oscura e riflessiva, dominata da toni eterei e pacati imbevuti di ineluttabile e deserta tristezza; la seconda più potente, più elettrica, pennellata tra fortissimi echi industrial e urla noise-punk, chitarre scheggiate e voci filtrate. Ma ogni singola canzone è una perla di chiara e lucente bellezza: forse svetta tra tutte la splendida piece finale “Earthmover”, che muove da un cantato semplicissimo ma ricco d’effetti per annegare in un vortice di rumore in cui si aggira soltanto un’insistente melodia al pianoforte.

1. The Magnetic Fields - Distortion
Il loro frontman Stephin Merritt è un ottimo autore di splendide canzoni pop, ma stavolta è riuscito ad annegare le sue melodie e i suoi ritornelli killer in un muro di distorsioni e feedback degno dei Jesus And Mary Chain. Un proposito che può apparire ridicolo, ma che ha dato vita ad un disco sensazionale: melodie meravigliose, testi sempre divertenti ed intelligenti e tanta, tantissima distorsione. Pezzi che gareggiano tra di loro per bellezza, ma il mio preferito è probabilmente "Too drunk to dream": irriverente, geniale e accompagnato da un cumulo di riverberi, distorsioni e feedback. Penso che a Merritt avrebbero dovuto dare un premio solamente per aver concepito l'idea, di questo disco.

venerdì 20 giugno 2008

Un anno di LastFM!

Esattamente un anno fa mi iscrivevo a LastFM, ed oggi ho festeggiato la ricorrenza superando 28.600 canzoni ascoltate!!

Per chi ancora non lo conoscesse, pochissime parole su LastFM: è sufficiente iscriversi e scaricare un piccolo plugin, diventa così possibile inviare informazioni sulle canzoni che si ascoltano al computer, ottenendo numerose statistiche e classifiche sui nostri ascolti.

Inoltre LastFM analizza i vostri gusti musicali con un duplice obiettivo:
- farvi conoscere artisti nuovi che potrebbero piacervi ma che non ascoltate ancora;
- farvi conoscere gente nuova che ascolta la vostra stessa musica.

Infatti l'aspetto social è abbastanza curato, con la solita lista di amici e vicini e con un notevole supporto per journal, calendario dei concerti, recensioni musicali e così via.

Senza considerare la possibilità di ascoltare gratuitamente le radio tematiche direttamente dal vostro player preferito.

Per quanto mi riguarda, ecco un simpatico Wave Graph (qui in formato large) dei miei ascolti più numerosi di questi 12 mesi: si vedono chiaramente l'amore per gli Interpol, il periodo "In rainbows" a novembre, l'ultimo disco dei Baustelle a febbraio, "Third" dei Portishead e qualche altra chicca come gli Have A Nice Life e Michael Nyman.


D'altronde il mio amore per le statistiche e la mia passione per la musica si coniugano perfettamente proprio in questi grafici dal sapore geek...

lunedì 9 giugno 2008

[Portis|Radio]head

Ecco Thom Yorke e Jonny Greenwood che eseguono "The rip", probabilmente la canzone più bella e affascinante dell'ultimo meraviglioso album dei Portishead.


Find more videos like this on w.a.s.t.e. central


Bell'esperimento, ma comunque molto meglio l'originale della Gibbons!

domenica 8 giugno 2008

Con un ronzio nelle orecchie suoniamo senza fine.

Devo dire che "Gobbledigook", il singolo dei Sigur Ròs, tratto dal loro nuovo “Með suð í eyrum við spilum endalaust” e in download gratuito sul loro sito, mi aveva lasciato senza parole.

Praticamente sembrava avessero abbandonato la loro musica fatta di sognanti melodie nordiche, quasi annegate in un mare meraviglioso e vaporoso: questa canzone sembra piuttosto un incrocio tra il tribalismo degli Animal Collective più sguaiati e una versione mediterranea di qualche filastrocca per bambini.

Insomma, la band sembrava ad un punto di svolta: fortunatamente oggi ho trovato in streaming libero, sempre sul loro sito, l'intero album. Se eravate preoccupati, potete tirare un sospiro di sollievo: il mood è sempre lo stesso, fatto di lunghe cavalcate post-rock dai colori fantastici, seppure velate da un tocco intimista che non era presente nei primi e più famosi lavori.

In ogni caso, un plauso alla band islandese: ottima la scelta del singolo in download gratuito, seguito da un divertente video vietato ai minori (!!) in cui dei nudi giovanotti scorrazzano in un bosco, e infine questa anticipazione, forse voluta per rassicurare i fan e fare in modo che acquistino comunque l'album.

E "Festival" è proprio bella.

sabato 24 maggio 2008

Michael Nyman @ Metropolitan

La stagione di CataniaJazz chiude in bellezza con il bellissimo concerto di Michael Nyman, che ci ha regalato emozioni davvero meravigliose.

Partito dalle sorgenti del minimalismo di maestri come Reich e Glass, si è poi proiettato verso nuove, ardite traiettorie musicali, mescolando sacro e profano. Le colonne sonore per i film di Peter Greenaway e soprattutto per lo splendido "Lezioni di piano" gli hanno regalato il successo internazionale. E oggi Michael Nyman è unanimente considerato uno dei musicisti più importanti della scena contemporanea.

Si presenta sul palco insieme alla sua band composta da archi e ottoni in formazione mista, mentre Nyman dirige tutto dal suo inseparabile pianoforte: ed è subito purissima musica quella che ascoltiamo, mentre lo stile minimalista delle sue composizione ci regala una dicotomia tra la semplicità dei pattern ritmico-musicali che gli esecutori seguono e l'incantevole bellezza armonica dell'intera composizione.

Una musica ricca di elementi complessi, a tratti barocca e settecentesca, quasi come se l'antica grazia degli spensierati minuetti settecenteschi, sostenuta da lievi e melodiose partiture d'archi, si fosse unita con una sensibilità tutta moderna, come l'uso sconsideratamente intimista degli ottoni dimostra. Musica da film, certo: ma sicuramente d'una qualità così alta che non ci accorgiamo della mancanza dell'elemento visuale e, anzi, riusciamo a farci trascinare da alcune splendide composizioni tratte dai suoi dischi più conosciuti "The draughtsman's contract", "Drowning in numbers" e ovviamente dalla colonna sonora di Lezioni di Piano.

In particolare i pezzi di quest'ultima opera risentono di pennellate tragiche e personalissime, che dimostrano l'abilità di Nyman di distaccarsi notevolmente dagli stilemi del movimento minimalista cui i suoi studi musicologici hanno dato il nome per innalzarsi su tinte dominate dalla malinconia e dalla sensibilità personale: il tema principale della sonata per pianoforte è intriso dal pensiero dell'ineluttabile e la sua struggente e personale esecuzione di "The sacrifice" al pianoforte mette davvero i brividi all'intero teatro, che, al termine, gli regala un catartico e lunghissimo applauso.

Un concerto davvero sensazionale, dinanzi ad uno dei mosti sacri della musica contemporanea: solo un piccolissimo appunto all'organizzazione tecnica, che riesce a penalizzare per la parte iniziale del concerto la resa sonora del trombone solista, ma tutto poi sembra rientrare e il concerto finisce in un tripudio d'ovazioni e di bis concessi al pubblico da un artista che, senza dubbio, rimarrà a lungo nel cuore dei presenti.

martedì 20 maggio 2008

Violet Hill, Catania

I Coldplay hanno girato il loro ultimo video "Violet Hill" proprio a Catania, dividendosi tra i paesaggi infernali dell'Etna e il cortile interno del palazzo Biscari.



Ma noi, dove eravamo???

[via 095]

domenica 18 maggio 2008

Catania Jazz Marathon & Improvvisatore Involontario

Splendido appuntamento di CataniaJazz: la Catania Jazz Marathon ha riunito al Teatro Ambasciatori l'elite della scena jazzistica siciliana per una due giorni memorabile, di cui, purtroppo, ho perso la seconda serata.

Si va insieme ad AlmostViola all'Ambasciatori, in cui per fortuna non valgono i posti numerati e ci possiamo accomodare nelle primissime file, per goderci appieno la musica e gli artisti. Il teatro è semivuoto, con nostro sommo sbigottimento.

Se per la lineup dell'evento vi rimando al sito della rassegna, vorrei invece parlarvi di una sorpresa piacevolissima, di una scoperta davvero inaspettata: il chitarrista Paolo Sorge e lo sfrenato batterista Francesco Cusa hanno dato vita ad una musica incredibilmente sorprendente, che nasce dai temi jazzistici più classici ma si muove con ingegnosa improvvisazione sui binari dello sperimentalismo più innovativo.



I due fanno parte di Improvvisatore Involontario, un collettivo artistico-etichetta indipendente di cui lessi qualche mese fa su Blow Up e che adesso ho ritrovato di persona con notevole e gradevole sorpresa.

Fondato a Catania dal vulcanico Cusa insieme a Sorge, nell’arco di pochi anni di attività l’associazione può vantare oramai una quarantina di iscritti sparsi in Italia e all’estero, prevalentemente musicisti, ma anche artisti visivi, designer, scrittori. Improvvisatore Involontario è anche un’etichetta discografica che si va affermando tra le più vivaci realtà della scena jazz indipendente italiana; una factory produttiva capace di ideare musica, oggetti di design, video d’animazione, rassegne musicali e reading poetici. Da segnalare anche la collaborazione con il collettivo letterario Wu Ming.

Insomma, un'entità artistica tutta siciliana da tenere d'occhio.

martedì 13 maggio 2008

Chitarre comprate a rate e corde vocali infiammate.


Un ragazzo, una chitarra, una voce alla Rino Gaetano, una poesia urbana fatta di periferie e residui industriali, una prosa fatta da ventenni alle prese con l'ennesimo dolore.

E la copertina di Blow Up di maggio, che lo lancia immediatemente come la next big thing tutta italiana.

Le Luci Della Centrale Elettrica è in realtà il moniker di un ragazzo ferrarese di ventiquattro anni, tale Vasco Brondi, che riesce a coniugare un talento purissimo con un'irruenza smisurata: ha firmato "Canzoni da spiaggia deturpata", un disco d'esordio come davvero se ne sentono pochi.

Arrangiamenti ridotti all'osso, chitarra acustica a sostenere e chitarra elettrica a ricamare effetti, ma è la voce ad avvitarsi su pendii incredibilmente scoscesi, alla ricerca di un ennesimo urlo con cui scaraventare brani dalla cruda e sporca poesia targata Anni Zero.

Mi ha fatto un effetto meraviglioso, davvero sembra quasi che i CCCP siano ancora tra noi e il cantautorato italiano riverbera di nuova e oscura grazia con questo giovane.

Ovviamente la critica si divide, è c'è chi in lui non vede altro che un bieco tentativo di approfittare della moda o chi invece traccia paragoni con supposte star.

Io, però, qualche ascolto lo farei comunque: e secondo me non ve ne pentirete.

lunedì 5 maggio 2008

Nine Inch Nails - The Slip

Mentre i Radiohead affermano che il loro esperimento di "In rainbows" probabilmente non si ripeterà, i Nine Inch Nails pubblicano il loro nuovo album "The slip".


Da scaricare GRATIS sul sito, in diversi formati che appagheranno anche gli audiofili più integralisti.

Fatti, non parole.

lunedì 7 aprile 2008

Offlaga Disco Pax @ Zo Culture


Foto: Ginger*

Finalmente si va a vedere gli Offlaga Disco Pax dal vivo, qui a Catania allo Zo Culture, mentre quando sono passati qui in Sicilia qualche anno fa me li ero persi, causa un Natale o una Pasqua coincidentemente prossima.

Una precisazione è da fare, che renderà tutto ciò che segue più comprensibile: in realtà non è un concerto, bensì una preview del SoFar, festival di musica elettronica che si terrà in un futuro più o meno prossimo ma comunque non meglio specificato. Una diretta conseguenza di questo dettaglio è che in realtà gli ODP non saranno i soli ad avvicendarsi sul palco, ma saranno sicuramente il pezzo forte. Una conseguenza sempre diretta, ma molto più tremenda, è che il biglietto d'ingresso costa tantissimo: 15 euro sono davvero troppi, considerando che in media per gli ODP si spende meno di 10 euro.

Ma un concerto del genere a Catania è oro colato, e mi posso permette di dirottare il budget allocato precedentemente per la data dei Baustelle, annullata miseramente qualche giorno prima.

Insieme ad Anto e AlmostViola, quest'ultima che mi accompagna pur non conoscendo nè apprezzando il trio emiliano (bontà sua!), ci presentiamo puntuali alla biglietteria alle 22, ma scopriamo che lo Zo non è famoso per essere puntuale e difatti un'attesa estenuante fino alle 23,45 ci rende molto, molto nervosi. Pessimo inizio.

Finalmente si aprono i cancelli e ci troviamo in un locale non molto vasto, ma fortunatamente dal soffitto piuttosto elevato: gli ODP saliranno sul palco dopo che un anonimo gruppo (non si presentano nemmeno) si lancia in una manciata di canzoni leggermente romantiche interpretate da una ragazza piuttosto appariscente

Passata la mezzanotte, entrano loro: Max si porta subito al microfono, un leggio pieno di fogli e una lucina a illuminarli, e intona Ventrale, il singolo del loro ultimo "Bachelite".

La platea è immediatamente su di giri: per un attimo si torna a "Socialismo Tascabile" con Enver e poi iniziano a cantare tutti i brani dell'ultimo album, dall'ironica Superchiome al romanzo criminale di Dove ho messo la golf?, passando per Cioccolata I.A.C.P, Lungimiranza e una accoratissima Sensibile, canzone piuttosto a rischio in una città molto destrorsa come quella etnea.

Max è un autentico istrione: dietro il microfono il suo volto è in preda di una febbre personalissima, trasfigura la musica e i testi in maniera sublime. Impossibile non trattenere un sorriso, impossibile con scorrere mentalmente i racconti in musica che declama da dietro il leggio.

Un breve tuffo nel passato con Tono metallico standard, apprezzatissima da tutti, e si finisce in stupenda malinconia con una grandissima prova di Max in Venti minuti, splendido ritratto di nostalgia familiare e accorata descrizione del rapporto padre-figlio.

C'è ancora tempo per un ritorno sul palco, e allora il pubblico si infiamma con una versione nuova di Robespierre, il pezzo migliore dello scorso album e poi, il gran finale: Tatranky, manifesto ideologico dell'intero gruppo, corredato dal solito lancio finale di wafer cecoslovacchi sul pubblico.

Uno show stupendo, un gruppo che dal vivo rende moltissimo e fa impallidire le versioni in studio dei loro lavori: molto merito va al cantante, che ha una presenza scenica notevole. La sua parvenza da anonimo ragioniere cozza in maniere stupefacente con le affilate parole che canta, con i testi intelligentissimi, con i riferimenti pop da manuale.

Purtroppo, come ho letto con sfortunata coincidenza su Outsiders, c'è un'appendice polemica: il locale era stracolmo di persone che se ne fregavano allegramente del divieto di fumo, divertendosi ad inondare con le loro mefitiche sigarette l'aria e soprattutto i polmoni di chi voleva solamente gustarsi un concerto. Gente che probabilmente non sapeva nulla del gruppo e non faceva altro che passare il tempo accedendosi una sigaretta dietro l'altra.

Inutile dire che è una vergogna vedere che quasi sempre sono i gestori del locale a permettere che ciò avvenga, perchè di fatto sono loro a porre regole e paletti sul comportamento all'interno delle loro sale. Ecco, a volte mi piacerebbe tanto chiamare non la polizia, ma addirittura l'FBI, e vederli fare irruzione ad armi spianate nel locale, arrestando il gestore e multando tutti i tabagisti presenti.

A volte mi chiedo perchè ci siano le leggi in questo Paese, se poi nessuno le rispetta e le fa rispettare.

Insomma, per chiudere in una frase: grandissimo concerto, Offlaga in grande spolvero, ma lo Zo Culture è un locale gestito male e organizzato peggio.

Spiace dirlo, perchè è spesso l'unico posto in cui qui a Catania arrivano artisti di un certo livello, ma è la verità.

giovedì 20 marzo 2008

L'effetto arcobaleno e i Nine Inch Nails.


Come avevo anticipato, ho voglia di parlare dell'ultimo album dei Nine Inch Nails, "Ghosts I-IV".

In realtà non si tratta di una band che seguo con particolare attenzione, o che alberga stabilmente all'interno dei miei ascolti di approfondimento storico-musicale.

In realtà i NIN si sono resi protagonisti di un ulteriore passo della rivoluzione musicale celebrata dai Radiohead con "In rainbows": l'effetto arcobaleno ha raggiunto livelli prima sconosciuti e, per molti aspetti, l'operato dei NIN è ancora più importante di quello della banda inglese.

I Radiohead si sono limitati ad offrire una versione digitale di mediocre qualità in download, sebbene con la lodevole e inedita iniziativa dell'offerta libera, e hanno poi comunque dato alle stampe in maniera tradizionale il loro album, contestualmente eliminando la possibilità del download dalla Rete.

I Nine Inch Nails hanno invece eliminato del tutto l'industria discografica, proponendo un'innovatica offerta segmentata che spaziava dal download gratuito di alcune tracce dell'album fino all'acquisto di un lussuoso e costoso box-set. E inoltre le opzioni di download digitale prevedono contenuti ad alta qualità e corredati persino dal booklet di 40 pagine dell'album in formato PDF.

Mi sembra evidente lo iato tra le due esperienze.

Dimenticavo: "Ghosts I-IV" è un doppio album di pezzi strumentali industrial-rock dal sapore molto, molto raffinato e duro.

E ha raccolto 1,6 milioni di dollari in una settimana.

Forse è davvero l'inizio della fine. Oppure un nuovo inizio.

domenica 16 marzo 2008

Amplive - Rainydayz Remixes


Sicuramente "In rainbows" dei Radiohead ha fatto un po' da spartiacque nel mondo della discografia, specialmente per quelle band che fanno della Rete uno strumento di promozione piuttosto importante: una ottima prova è che anche i Nine Inch Nails hanno reso disponibile il loro ultimo album solamente in rete con una intelligente offerta segmentata.

Ma questa è un'altra storia, che merita un approfondimento a parte.

Invece, se pensavate che la carica innovativa di "In rainbows" si riduca solamente al prezzo libero, ecco che un interessante album di remix ad opera di un oscuro produttore hip-hop di Oakland, tale Amplive: le schegge vocali di Thom Yorke che annegano in un mare di sample e di scratch, di profluvi da rapper.

Remix interessanti ma che vivono molto sugli originali dei Radiohead: personalmente non mi garba certo hip-hop, e questi remix non fanno eccezione...ad ogni modo, li trovate qui, in download gratuito.

giovedì 28 febbraio 2008

Francesco De Gregori @ Metropolitan


Foto: Andrea Sartorati

Penso di essere uno dei pochissimi italiani a conoscere il repertorio di Francesco De Gregori, cantautore di chiara fama nel panorama nazionale ma che, personalmente, non mi ha mai coinvolto più di tanto. Complice anche l'amore incredibile che nutro nei confronti delle opere di De Andrè, il mio indiscusso preferito cantore italiano.

Ma accade che insieme ad AlmostViola e Anto (ma alla fine c'era anche StrAgata!)si va a vedere il suo concerto a teatro, perchè a volte diventa bello anche rendere felici le persone e, ormai si sa, l'ideologia con cui si vivono i concerti è già stata enunciata.

Inutile dire che il successo e il seguito che De Gregori ha ottenuto negli anni sono sicuramente meritati: a parte i pochi successi più famosi che conosco già, e che dal vivo davvero si ammantano di uno splendore nuovo e vivace, tutte le canzoni che presenta sono davvero bellissime, piccoli bozzetti di Italia provinciale, di storie d'amore fugaci, di campioni ciclisti di cui innamorarsi, piene di navi, porti, stazioni, tangenziali e finestrini d'automobili.

Mi stupisce il recupero profondo della tradizione popolare, ma in un'accezione molto modera, quasi nichilista e al tempo stesso foriera di speranza, tipica di chi vede il mondo cambiare a velocità impressionante e non si arrende, opponendo valori base quali l'amore, l'amicizia, la bellezza delle piccole cose. Testi profondamenti poetici e spontaneamente chiari: la musica non è però un mero dettaglio, ma una ricca e sostanziosa parte dell'opera, che mi stupisce per l'altissima qualità.

Dulcis in fundo, qualche piccola considerazione sul pubblico catanese.

Io, non posso farci niente, non sopporto la maleducazione estrema che subentra in certi uomini, ma anche in certe donne, non appena le luci si spengono e il teatro riluce solo dell'occhio di bue sul palco. Qualche gentile signora riusciva a rovinare puntualmente la coda di ogni canzone urlando scollacciata frasi come "Sei bellissimo", "Sei stupendo", "Benedetta tua madre", "Ciccio sei grande" (!!!), neanche fossimo al concerto dei Finley e lei una brufolosa adolescente.

Ma il cruccio più grande è la concezione eccezionale che qui sotto il vulcano hanno del fischio, altrimenti segno di bieca disapprovazione: qui si fischia al posto di applaudire, si da fiato alle labbra atteggiandosi a forzuti pastori per esprimere il godimento corporale.

Con il risultato che spesso l'artista, abituato a codici soliti di comunicazione, pensa di essere sonoramente fischiato.

E magari gli girano un po'.

martedì 19 febbraio 2008

Baustelle, Amen.

Con quell'aria da borghesi saccenti e anche un po' snob.
Con quella voce tremendamente affettata e monocorde che declama testi al limite di un mero enciclopedismo ermetico e retorico.
Con quegli arrangiamenti pomposi e artefatti in cui violini e pulsioni jungle coesistono fianco a fianco.

Sì, i Baustelle hanno fatto un grandissimo disco italiano che contiene tutto questo, e molto di più.

Perchè "Amen" è davvero un disco che lascia una stranissima sensazione addosso, quasi come se la bellezza delle canzoni sia vissuta un po' come una colpa, come qualcosa da giustificare, da spiegare.

E difatti lo ascolto con continuità da qualche settimana, ma è stato necessario far maturare lentamente i suoni, i testi, le canzoni, prima di poterne parlare qui.

In realtà questo quarto disco rappresenta un po' il culmine di un percorso di maturazione della band: un manifesto che celebra la distruzione dei valori del mondo occidentale, intriso di una religiosità veterotestamentaria, quasi da preghiere mandate a memoria, da un'idea di sacro totale e totalizzante.

Ancora una volta sono i testi a brillare, perchè riescono a descrivere una società degradata, annullata, con una perizia senza uguali, con un acume tagliente e davvero speciale. Basta ascoltare "Il liberismo ha i giorni contati", "Colombo", il singolo "Charlie fa surf" per rendersi conto della critica che esprimono sui nostri giorni. E allo stesso tempo coesistono episodi positivi, come nella lunga e psichedelica "Baudelaire" o in "Antropophagus", che rimanda direttamente al Battiato anni '70 di "Foetus".

Ma anche dal punto di vista degli arrangiamenti siamo di fronte ad un raffinato pastiche in cui se il palcoscenico è occupato da soliti stilemi pop all'italiana con l'orchestra, gli archi e tutto il resto, dietro le quinte si animano afflati elettronici, percussioni jungle e raffinate mini-suite simil-jazz come "Ethiopia".

Insomma, siamo di fronte alla rinascita e forse alla definitiva consacrazione della band come veri alfieri di un certo tipo di musica italiana, che nel nuovo millennio ha finora navigato a vista senza conoscere bene la propria destinazione, ma che adesso sembra quasi delinearsi in maniera criticamente esatta e storicamente descrittiva.

E poi, un episodio musicale come la struggente "Alfredo", che rievoca la tragedia di Vermicino in maniera così toccante e triste che in più di un istante m'è sembrato di sentire la voce del grande De Andrè.

sabato 16 febbraio 2008

Sarah Jane Morris @ Metropolitan

CataniaJazz riprende i suoi appuntamenti in questo 2008 con un concerto per me parecchio strano: Sarah Jane Morris al Metropolitan.

Beh, io non sapevo chi fosse.

Ho letto distrattamente la presentazione sul sito della rassegna e sinceramente non sono riuscito a farmi un'idea chiara di questa donna dai capelli corposi e corvini, ma l'abbonamento impone dei lievi obblighi e così si va insieme a teatro, la sera prima di un fastidioso esame.

Apre il concerto una giovane cantautrice salentina, tale Agnese Manganaro: la ragazza, che si autodescrive come "una pralina ripiena di bossa nova con pezzetti di jazz e ricoperta da pop fuso", ha una voce davvero portentosa, che riesce a dominare molto sapientemente e con perizia notevole. Immediato l'accostamento con miti del calibro di Feist, Spektor o dell'astro nascente Brisa Rochè (che, tra l'altro, vi consiglio caldamente).

Personalmente ho trovato le canzoni piuttosto deboli, specialmente in confronto alla splendida voce: anche i testi mi sono sembrati un po' mielosi, da amante degli Interpol e dei Joy Division non posso che storcere un po' la bocca di fronte a versi un po' troppo gioiosi.

Ad ogni modo, ha fatto piacere.

Finalmente ecco la star: arriva sul palco una donna dalle sembianze di strega, gonna lunga nera ed ampia con stivali imponenti. Inizia a cantare e non odo alle mie orecchie: ha una voce praticamente da uomo nero, così bassa che sembra stia vibrando l'intero teatro.

Insomma, un'estensione vocale davvero impressionante, insieme ad una presenza scenica assolutamente geniale: Sarah corre, scalcia, si agita, suda e impreca e trasmette al pubblico una tale elettricità che verso la fine del concerto intere frange del popolo di coppie di cinquantenni che occupano le prime costosissime poltrone si alzano e improvvisano un piccolo party.

Si vede che è uno squisito e scatenato animale da palcoscenico, una cantante di mestiere che non ha alcun dubbio su come scaldare il pubblico, su come rendere incredibile una performance.

Anche qui però non ho gradito moltissimo le canzoni e gli arrangiamenti: la band era composta da 2 chitarre, un basso e una batteria e i musicisti, seppur molto bravi, erano un po' sballottati tra assoli metal, bassi pop e schitarrate acustiche un po' country. Difatti sono state particolarmente gradite la cover di "Toxic" con tanto di "Excuse me, Britney!" finale e la stupenda "The blower's daughter" di Damien Rice, eseguita con una voce da brividi.

Ancora una volta, un'occasione gradevole, in cui mi sono divertito sebbene non conoscessi nemmeno una nota della produzione della Morris.

La morale è chiara: non si rifiuta mai un concerto solo perchè l'artista è sconosciuto.

giovedì 24 gennaio 2008

LastFM e le major, accordo storico

Un fulmine al ciel sereno nel mondo della musica online: il colosso del social networking musicale LastFM ha firmato un accordo con 4 grandi major (Universal Music, Sony BMG, EMI e Warner Music) per diventare "il più migliore jukebox al mondo".

Infatti a presto sarà possibile per gli abbonati ascoltare qualunque canzone di qualunque artista, così come recita il post sul blog ufficiale:

"As of today, you can play full-length tracks and entire albums for free on the Last.fm website."


Inutile dire che si tratta davvero di un evento sorprendente, visto che in questo modo si inaugura un nuovo modo di fare business, poichè gli artisti senza etichetta potranno inserire la loro musica su LastFm e riceveranno un compenso ogni volta che una loro canzone verrà ascoltata sul portale. Direttamente.

Insomma, sembra proprio qualcosa da tenere d'occhio, e presto verrà attivato anche per il mercato italiano. Personalmente non so se questo accordo possa arginare la pericolosa deriva della musica online, essenzialmente basata sullo scambio illegale dei file: ad ogni modo è un buon primo passo da parte delle major, che hanno notato l'invincibilità del fenomeno e cercano timidamente di adattarsi ad esso.